Da dove vengono i bambini?

Da dove vengono i bambini?

Sono rimasta, di recente, molto colpita da una nuova scoperta fatta sulla rete: The Atlantic, un sito americano che raccoglie le notizie “di ciò che conta” oggi al mondo. Ebbene, al suo interno è stata creata una sorta di rubrica: The Sexes, che raccoglie tutte le possibili ricerche, notizie di cronaca, curiosità, buone pratiche relative al “gentil sesso”. I redattori affrontano le tematiche ben preparati e – per la Festa della Mamma – si sono sbizzarriti in contributi più o meno significativi.

Sì perchè la maternità è ancora un brand appetibile in ogni luogo del mondo. Non è semplicemente uno stadio biologico della vita di una donna, bensì anche un indicatore di benessere e status sociale, una questione morale, un’idea fissa. Non è un caso che molti, moltissimi divorzi avvengano proprio per una mancanza di figli. Nonostante le ristrettezze economiche, le politiche scoraggianti e la scarsa attenzione che la classe dirigente presta alle famiglie, le famiglie continuano a volere essere tali. Non per questo sono statiche, no! Il concetto stesso di nucleo familiare è cambiato, si è ampliato anche agli omosessuali finalmente, alle coppie di fatto.

Torniamo per un attimo alla figura della mamma. Certo, il concetto delle celebrazioni di ieri è forse un po’ troppo smielato e, senza dubbio, il giro commerciale di gadget, cioccolatini e fiori, non fa che incrementare il distacco da una festa tale, ma tutto sommato “la mamma è sempre la mamma”. E’ quella figura in grado di rimpiazzare chiunque altro, ma il cui posto è insostituibile. E tale sarà nei secoli dei secoli, nonostante il continuo mutamento sociale.

Negli ultimi quarant’anni è cambiato tutto – forse per merito delle lotte delle femministe e dell’introduzione della legge sull’aborto. Avere un figlio oggi non è il naturale (quanto forzato) percorso che segue al matrimonio, ma l’indice di un desiderio prima personale e poi di coppia. Desiderio, senza vergogna di desiderare. Le mamme oggi sono prima di tutto donne, che mogli. Non necessariamente devono ricoprire il ruolo di coniuge – spesso non avviene – ma non per questo presentano mancanze nel ruolo di genitore. E’ un’idea rivoluzionaria se si guarda a pochi decenni fa. Un’idea che ha portato con sé un cambiamento sociale radicale ed importante.

Ad essere onesti, un grande merito va riconosciuto al sesso opposto: gli uomini. Immaginate una tranquilla famigliola degli anni ’50. Il papà lavora per i soldi, la mamma a casa. I ruoli sono ben definiti, i due sessi specializzati nei rispettivi compiti, considerati come frutto del destino.

Oggi tutto questo non avviene – generalizzando. Le donne oggi lavorano ANCHE per i soldi; il fatto che non vi si dedichino completamente comporta un carico di lavoro (tra la cura della casa e dei figli e il tempo trascorso nel proprio impiego) ben più gravoso di quello di un uomo, ma in tutti i casi, la parità sociale non è più un’utopia.

Supermum

Ciò nonostante esiste ancora un gap importante: in Italia il tasso di occupazione maschile (fonti Istat) si è assestato a quota 67,7%, mentre quello femminile è fermo al 46,1%. Per non parlare del tasso di inattività: quello femminile è circa il doppio di quello maschile!

Andiamo oltre i soliti numeri. L’Harmonized European Time Use Survey (HETUS) ha condotto una ricerca sugli individui di età compresa tra i 20 e i 74 anni. Ha comparato poi i dati di tutti i Paesi Europei. In questa sede siamo interessati soltanto all’Italia, per la quale la HETUS ha diviso la popolazione per sesso. I minuti impiegati nel lavoro remunerato differiscono molto fra donne e uomini: 255 per i primi contro 112 per le seconde. Apparentemente, quindi, i poveri maschietti italiani lavorerebbero più del doppio rispetto alle compagne. Tuttavia, guardando anche al lavoro cosiddetto domestico, ovvero di cura della casa e dei figli, scopriamo che la media dei minuti impiegati al giorno da una donna ammonta a 320, mentre la media maschile si accontenta di 95 minuti. Sommando, quindi, i due dati si ottiene un gap piuttosto consistente: 350 per gli uomini versus 432 per le donne. In sostanza il gentil sesso impiega – in media – 82 minuti di lavoro in più al giorno. Moltiplicate questi 82 minuti per 365 giorni e otterrete un divario impressionante: 29.930 minuti, che corrispondono a 498 ore, che a loro volta sono l’equivalente di 20 giorni di lavoro IN PIU’.

A tutto questo va aggiunto il tipo di lavoro domestico nel quale donne e uomini sono “impiegati”. Tendenzialmente, sono le mamme a farsi carico dei cosiddetti “dirty jobs”, le faccende più faticose e noiose (a cominciare dal cambio pannolini), mentre gli uomini tendono a prediligere la dimensione ludica (giocare con i figli, pensare alla loro educazione,ecc…).

A fronte di queste palesi differenze, dunque, c’è da chiedersi come possa una donna mandare avanti un intero nucleo familiare e – contemporaneamente – cercare la propria realizzazione personale anche attraverso un impiego. A fronte di queste considerazioni – che qualsiasi donna, sposata o meno, con figli potrà confermare, credo non ci siano più dubbi sul perchè festeggiare coloro che hanno garantito la vita ad altri essere umani e, così facendo, contribuiscono attivamente alla società nella quale vivono. Forse ogni mamma è spinta da qualcosa in più, da una piccola luce che le consente di superare difficoltà altrimenti troppo grandi. Sarà che le mamme sono le uniche a disporre della 27ora della giornata (spam: seguite l’interessantissimo blog del CorrieredellaSera). Sarà che tutte le mamme sono anche un po’ Superman, con dei super poteri speciali e nessuna paura della Kryptonite.

 

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